Inuagurata la mostra di Carlo Saraceni a Palazzo Venezia fino a marzo 2104. Un veneziano tra Roma e l’europa

61 dipinti, di cui una cinquantina autografi. Una piccola selezione  di artisti della sua più stretta cerchia (Jean Leclerc, Guy François, l’ancora – e per sempre? – misterioso “Pensionante del Saraceni”: il più grande di tutti), qualche opera chiaramente eseguita con l’ausilio della bottega (non sempre adeguatamente segnalato: ma questa purtroppo è ormai la regola), qualche prestito dai maggiori musei del mondo, taluni veramente rilevanti. Fra questi, segnalerei come minimo Il Paradiso del Metropolitan di New York, Venere e Marte del Museo Thyssen di Madrid, fig. 7, La nascita della Vergine del Louvre (tutti su rame, una delle grandi specialità di Saraceni), e anche Andromeda liberata da Perseo, del Museo di Digione. Manca del tutto, ed è un’assenza che si percepisce dolorosamente, Adam Elsheimer, artista di primissimo rango forse non adeguatamente noto oggi in Italia, al quale Saraceni guardò con la massima attenzione.Inoltre l’esposizione allinea all’incirca tutte le pale d’altare eseguite dal pittore (dalle chiese romane di Santa Maria della Scala, Santa Maria dell’Anima,  San Lorenzo in Lucina, la Casa Generalizia dei Padri Mercedari,  e poi Monteporzio, Palestrina, Cesena, Venezia etc.): il che non mancherà di suscitare perplessità (legittime) sull’opportunità di muovere per mostre anche rilevanti come questa un elevato numero di dipinti di grande formato conservate e fruibili all’interno di edifici ecclesiastici, spesso quelli originari, per i quali furono create.