Giornalisti o giudici, Lorenzo Grighi: “I processi mediatici? Evitiamoli”

 

‘Giornalisti o giudici’: si chiama così il libro scritto dal giornalista tuderte Lorenzo Grighi, 31 anni, e dal docente della Scuola di giornalismo di Perugia, Vittorio Roidi. Un libro-denuncia o un libro-studio? Grighi, cresciuto proprio alla Scuola Rai perugina, sgombra subito il campo da possibili equivoci: “E’ un libro-studio, non denuncia. Nasce nell’ambito della Scuola di giornalismo, tra due persone di età e generazioni differenti, con 50 anni a separarli, che si domandano e cercano di dare una risposta al perché dei processi mediatici”.

Due i casi presi in esame: gli omicidi di Meredith Kercher e di Chiara Poggi. Due i profili analizzati, di Raffaele Sollecito e Alberto Stasi. Due persone condannate subito dalle colonne dei giornali e in televisione, benché poi una delle due sia stata assolta nelle aule del tribunale. “Abbiamo parlato di due casi emblematici, simili per tanti motivi: età, estrazione sociale, persino aspetto fisico. Tutti e due sotto processo dal 2007 al 2015, con esiti diversi. Sui media, però, fin dall’inizio sono stati indicati come colpevoli”.

Non è un libro buonista, naturalmente: “Noi non assolviamo chi davvero ha commesso il delitto. Ma facendo i giornalisti bisognerebbe tenere presente che c’è un principio deontologico che dovrebbe guidarci: la presunzione d’innocenza. Invece, i media non si sono posti dubbi, mai”.

Succede questo, secondo Lorenzo Grighi: “Si prendono i presunti colpevoli e si presentano al pubblico facendo leva sulle emozioni: si racconta degli occhi di ghiaccio, della freddezza. Caratteristiche fisiche che fanno sì che la gente comune veda in loro i perfetti assassini. Come se fossimo di fronte a una serie tv, non alla realtà. Stessa cosa si fa con le vittime, beatificate a prescindere, presentate in maniera quasi angelica, senza alcun difetto in vita”.

Prosegue l’autore: “Vi siete mai chiesti perché, nonostante in Italia avvengano tanti omicidi, alcuni diventino più importanti? Sono quelli che danno la possibilità di sfornare storie perfette”.

Parlando dell’altro autore, Grighi spiega: “Roidi è stato capo della cronaca al Messaggero di Roma. Diciamo che con il tempo si è ravveduto anche lui, ammettendo che qualche volta anche lui si è trovato faccia a faccia con la questione del processo mediatico e che forse non sempre i giornalisti lavorano nel miglior modo possibile”.

A 31 anni, Grighi precisa: “I processi mediatici a me non sono mai piaciuti. Naturalmente, scrivendo il libro, l’avversione è aumentata”. Tante le cose che non gli vanno giù: “In otto anni, quanti elementi davvero importanti saranno venuti fuori nei due processi che abbiamo esaminato? Forse 9-10, ma c’erano pezzi degli inviati ogni giorno. Inviati che andavano a scavare pure nella vita intima di colpevoli o vittime, intervistando magari l’amante. Questa però è cronaca rosa, non nera”. Un bravo giornalista “dovrebbe seguire il processo giorno per giorno. Certo, non deve essere un reporter passivo. Va benissimo che cerchi altri testimoni, che magari possono diventare poi importanti anche ai fini del processo stesso. Ma stazionare davanti alla casa della famiglia tutti i giorni, sentendo il vicino piuttosto che l’amico non ha molto senso”.

Per scrivere il libro, i due autori hanno esaminato giornali e programmi televisivi sui casi Stasi e Sollecito: “Io ho fatto lavoro di ricerca e di ricostruzione, Vittorio è stato più il teorico”.

Lorenzo Grighi attualmente collabora con i programmi di Rai 1 (Petrolio) e Rai 3 (La difesa della razza) e ammette: “La cronaca nera non è il mio campo preferito, mi piace di più fare approfondimenti, come accade nei programmi a cui sto lavorando. Altri libri? Al momento non ne ho in programma, vedremo. Questa esperienza, Giornalisti o giudici, mi è servita per calarmi nella parte, ma da esterno, non avendo mai seguito casi di nera direttamente”.

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