Andy Warhol al Museo del Novecento di Milano: “Stardust” fino a settembre 2013

Dissacrante, popolare, democratica, la sua opera ha portato una rottura epocale nel concetto di arte, così come intesa fino a lui. In contrasto con il principio di unicità ed “altezza” intellettuale dell’arte, per Andy Warhol, nato a Pittsburg ed esploso artisticamente nella caotica e mirabolante New York, l’arte del ventesimo secolo dev’essere al pari di tutto il resto: consumo di massa, ripetizione seriale, espropriazione di significatoanziché creazione dello stesso. In un mondo schizofrenico ed iperproduttivo come quello americano che va dal dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta, dominato dalla sovrabbondanza di immagini e prodotti e dalle illusioni della società di massa, l’arte si adegua e diviene provocatoriamente affare democratico, alla portata di tutti, strettamente intrecciata alla pubblicità. E proprio nella ripetizione, intesa sia come tecnica che prevede l’affiancamento di immagini identiche, sia come moltepicità dell’opera che esite in esemplari riproducibili, che si esprime la satira sociale di Warhol, attraverso la riproposizione di immagini svuotate di senso e valore, proprio perché identiche e ripetute all’infinito, in una serialità il cui effetto finale è tra il burlesco e il drammatico.

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