Jan Palach, l’eroe della Primavera di Praga nel libro di Umberto Maiorca

 

Jan Palach è stato un eroe della “resistenza cecoslovacca” e ha segnato l’epoca chiamata Primavera di Praga quando il Paese sognava di liberarsi dal giogo sovietico. Prima dei carri armati, della violenta repressione. Del sacrificio dello studente 20enne, che si dette fuoco per protesta ed estrema provocazione, per dire a tutti che per la libertà si è disposti anche a donare la vita. Umberto Maiorca, giornalista e storico umbro, ha deciso di dare voce a questo eroe nel suo libro: ‘Jan Palach e la Primavera di Praga’, scritto facendo parlare Jan in prima persona, con tutti i virgolettati ripresi da documenti storici.

 

Così racconta com’è nata l’idea di recuperare un personaggio di cui per lungo tempo si è saputo poco o niente: “Mi sono sempre occupato degli ultimi, tra i cowboys e gli indiani stavo sempre dalla parte degli indiani. Jan Palach a prima vista appare come uno sconfitto, in realtà è un martire. Avevo iniziato a occuparmene per un lavoro su commissione, che poi non si è sviluppato, ma avendo raccolto pagine e pagine, con l’editore, abbiamo deciso di trasformarlo in romanzo”. Di romanzato, come detto, c’è molto poco: “I dialoghi con la fidanzata. Si sa che ne aveva una, ma non è mai stata identificata chiaramente”.

 

Perché un eroe come Palach riemerge dopo così tanto tempo?

“La cortina di ferro sovietica metteva a tacere tutto a modo suo. I documenti che riguardano lo studente erano nascosti. Dopo la sua morte, a parte qualche manifestazione studentesca nei primi anni, repressa con la forza, per 20 anni – dal 1969 al 1989 – è caduto nel dimenticatoio. In Occidente è stato ‘usato’ dalla destra come simbolo perché si batteva contro un regime anti-comunista, ma in realtà Jan non era di destra, piuttosto di educazione socialista. Il Fuan, in particolare, l’ha preso a modello. In Italia avevamo il Pci, il Partito Comunista più forte dell’Occidente, che vedeva in Palach un sacrificio per la libertà di un popolo, ma anche una vittima del comunismo sovietico. Non dimentichiamo che quando i carri armati dell’Urss occuparono Praga, dal Pci italiano arrivò solo la richiesta di ritirarli, senza fare menzione allo stato poliziesco e alla repressione durissima contro i contestatori”.

Della Primavera di Praga si è parlato poco, sempre per lo stesso motivo. Colui che aveva ridato speranza ai cecoslovacchi, Dubcek, dopo l’intervento sovietico si ritrovò a fare il giardiniere. La stessa sorte toccò ai capi di quella rivolta: messi a tacere, dimenticati, minimizzati. “Breznev, dopo il sacrificio di Palack, scrisse una lettera in cui chiedeva di liquidare nel più breve tempo possibile questo spiacevole incidente”.

Ci vorranno 20 anni per riscoprire l’uomo, l’eroe, il patriota. “Nel 1989 avvengono due cose storicamente importanti, quello che era un po’ il sogno di Palach. Il risveglio del popolo dalla disperazione e lo scricchiolio sempre più forte del Muro di Berlino. I gruppi avevano iniziato a parlare di lui, nel ventesimo anniversario della sua morte. La polizia fece sì una repressione, arrestando 1.500 persone, ma ormai i muri erano rotti. Così dalla Settimana di Palach si arrivò alla Rivoluzione di Velluto, alla caduta del regime, alla disgregazione della Cecoslovacchia in due”.

 

Oggi Palach è nel cimitero degli eroi, a lui sono stati dedicati tre monumenti: “Ma molti giovani ancora oggi non conoscono la sua figura, più in Slovacchia che in Repubblica Ceca”. Si dice che dal letto di ospedale – dopo essersi stato fuoco, Palack restò ancora vivo tre giorni prima di chiudere gli occhi – l’eroe della Primavera di Praga abbia detto la frase: “Dedicatevi da vivi alla lotta”, ma Maiorca smentisce: “Sono quasi tutti concordi nel ritenerlo un falso storico. Lubomir Holecek, leader studentesco, andò in ospedale a trovare Jan e poi riferì questa frase. Probabilmente su di lui vennero fatte pressioni dalla polizia segreta cecoslovacca per lanciare un messaggio che andava esattamente dalla parte opposta rispetto al pensiero e alle azioni di Jan. Avevano paura, le autorità, che altri sodali potessero darsi fuoco come lui”. A quel punto, “lo spiacevole incidente” sarebbe sfuggito di mano a Mosca. Ancora Maiorca spiega: “Dopo il 1969, chi salì al potere in Cecoslovacchia, consigliato naturalmente dai sovietici, tenne un profilo più basso. Lo Stato restò poliziesco, ma vennero concesse alcune libertà come quella di viaggiare per gli studenti.

 

Cosa ha lasciato questo libro nell’autore? “Ci ho lavorato per due anni ed è stato molto bello a livello storico documentarmi. Sono rimasto affascinato da questa figura che aveva questa voglia di libertà a 20 anni mentre a Occidente, i ricchi, inneggiavano a Mao e ai regimi comunisti che avrebbero dovuto sconfiggere e liberare il mondo dalla borghesia”. Il martirio di Jan Palach “non può essere definito suicidio per il significato che gli diamo noi oggi. Penso che da vivo non avrebbe potuto fare molto. Avrebbe assolto al suo dovere di figlio, si sarebbe sposato, probabilmente avrebbe fatto carriera politica all’interno del partito. Con il suo sacrificio, Palach ha lanciato un messaggio estremo a tutti. Un po’ come i monaci tibetani che protestano in questo modo contro il regime cinese. Jan conosceva la storia del primo bonzo che si dette fuoco in Vietnam e probabilmente ne ha preso spunto per il suo gesto”.

 

Il libro serve a ricordare a tutti che un mondo è libero solo se possiamo davvero svegliarci tutte le mattine senza censura su nulla. Serve a far capire come la vita stessa, senza libertà, non si possa definire tale. Sarebbe un bene se le scuole ne dibattessero, magari proprio invitando l’autore a parlarne. Di Palach, di un periodo ai più sconosciuto. Di chi ha dato veramente ciò che aveva di più prezioso per risvegliare le coscienze.

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